
fonte: flickr
…non esiste. Forse non è mai esistita, forse ci sono stati momenti nel passato dove uno strumento è sembrato essere LA soluzione ma fatto sta che al momento non ci sono “ricette vincenti”, strumenti eccezionali, stategie certe.
C’è quello che esiste in tutti i mercati “maturi”. Il lavoro, tanto lavoro. Il padroneggiare le tecniche e l’avanzare a piccoli passi, per lo meno come norma.
Nulla vieta di innovare, anzi, ma nel farlo bisogna sempre ricordarsi che le probabilità che l’operazione a cui stiamo lavorando sarà la più redditizia di sempre nell’universo del fundraising, sono contro di noi.
Gli innovatori veri sono pochi, pochissimi e generalmente non si ripetono mai (se vi state chiedendo: “ma io sono un innovatore?” la risposta più probabile è “NO”).
Se sono dei fenomeni capitalizzano il valore della loro idea a tal punto da poter vivere comodamente anche quando la situazione andrà normalizzandosi, ovvero quando altri, molti, tutti, andranno ad utilizzare la sua innovazione facendo piccole modifiche sino a saturare il mercato.
E’ successo con il direct mailing. 25 anni fa era più semplice, quasi automatico ottenere redemption alte e pianificare strategie a 5 anni, addirittura ci si poteva concentrare solo sul copy di una lettera perchè tanto le liste erano buone ma ora non è così.
E’ stato il momento del direct e-mailing in cui bastava inviare messaggi semplici per convertirli in donazioni a costi bassissimi ed ora naturalmente non è più così. Forse oggi vediamo l’SMS incorrere nello stesso destino, con campagne sempre più frequenti da parte di numerosissimi soggetti, praticamente tutto l’anno, che ovviamente hanno risultati sempre più scadenti.
Questo significa che questi strumenti non funzionano più e sono da buttare? Assolutamente no. Significa che a fare la differenza sono sempre la fatica, il lavoro, la determinazione, lo studio e la perseveranza. Significa che, come scrivevo ad un amico ieri, solo Harry Potter ha la bacchetta magica, a noi poveri fundraiser babbani tocca ragionare sui piccoli passi, sulle nicchie di espansione ancora intatte e su come raggiungerle, sulla ritaratura strategica costante, sul contenimento dei costi e sulla massimizzazione delle raccolte e solo dopo l’orario canonico d’ufficio, quando abbiamo fatto tutto questo, quando abbiamo momentaneamente esaurito la scorta di libri ordinati dall’estero e letto tutti i blog conosciuti sui nostri argomenti, ci possiamo permettere di immaginarci come gli Steve Jobs del nonprofit e pensare a come sconvolgere il settore… lo ammetto lo faccio anche io ed è divertente e vi assicuro che se trovassi la bacchetta magica sareste i primi a saperlo… ma nel frattempo, torno al lavoro
nella foto: beato lui!






caro Daniele, confesso apertamente che il babbano dall’altro capo di skype ero io e ho riso di gusto alla battuta sul maghetto Potter.
E ancora una volta oltre a riderci su, non posso che sottoscrivere quanto dici.
Il lavoro del fundraiser è e rimane un lavoro da cuoco da affrontare con il bilancino e attenti a dosare ogni singolo ingrediente. Il risultato sarà tanto migliore quanto più saremo riusciti a far emergere ogni singolo profumo in un composto equilibrato.
Non esistono ricette magiche e non credo siano mai esistite. Quello che conta sono, da sempre: i mezzi usati (il materiali di cui sono composte le stoviglie), la squadra (nessun cuoco, neanche il più bravo, può riuscire senza dei validi assistenti nell’organizzazione di una cucina), la freschezza e la qualità degli ingredienti e tanto altro ancora.
Ma cosa c’è di strano? Siamo uomini di marketing, anche se esercitiamo in un settore tanto diverso dal profit. Anche noi dobbiamo confrontarci con risorse limitate, marketing mix, communication mix, redemption, roi, costo contatto, costo cliente e tutte quelle cose che spesso invece nella nostra professione si tendono a dimenticare.
E come uomini marketing dobbiamo anche imparare a testare, in un mix di strumenti tradizionali e innovazione (nel senso tutto limitato che ha questo termine nel marketing), imparando a leggere con capacità, ma anche crudezza i dati.
Come ripeto spesso su Fundraising Now! (e come ho recentemente confessato a Francesco Santini) anche i temi di cui spesso io e te discutiamo (quelli legati al web 2.0) non sono rivoluzionari in sé o la strada per la felicità del terzo settore. Sono un terreno di studio e di sperimentazione, dove forse c’è ancora spazio per fare cose interessanti e che forse possono ancora crescere, ma sarebbe stolto chi pensasse di affidare a loro, e solo a loro, le sorti della propria onp (almeno in termini di raccolta fondi).
La strada, faticosa e spesso frustrante, rimane sempre quella dell’integrazione.
Detto questo, saper cogliere l’onda, prendersi qualche rischio (ponderato, frutto dello studio e della raccolta di dati) rimane comunque fondamentale. Se la Lega del Filo d’Oro o l’Airc anni fa non avessero creduto nel nuovo verbo venuto da oltre manica (complice Lentati), accontentandosi della solita litania italiana che quello che vale all’estero non vale mai in Italia, non avremmo avuto 20 e passa anni di successi del Direct Mailing. E lo stesso vale per chi, primo in Italia (e sai di chi sto parlando) ha portato la moda degli SMS Solidali in Italia.
Insomma, se quella del fundraiser è un’arte da cuochi, è anche vero che ci sono cuochi e cuochi. Ci sono i buoni mestieranti, gli artigiani, i creativi e quelli che sanno fondere tecnica e creatività, mestiere e fantasia, innovazione e ricerca delle origini (originalidad es volver al origen diceva Gaudì). E questi ultimi sono quelli che fanno la differenza. Questi, per intenderci, sono i Rossano Bartoli, i Giangi Milesi e i tanti altri che hanno fatto crescere il fundraising in Italia. Non maghi, ma seri professionisti capaci di leggere il loro tempo e di prendersi qualche rischio (testare, testare, testare… sapendo che ogni tanto si può anche sbagliare).
Un caro saluto e buona notte… io torno a lavorare sul budget
Caro Paolo che dire se non che ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli?
Scherzi a parte è un peccato che un così bel commento non abbia “dignità” di post ma del resto un blog è anche questo e quindi spero che in molti cliccheranno sulla voce commenti per poter apprezzare le tue parole. Grazie ancora e a presto.
P.S. dai che oggi lo discuti e per 48 ore puoi dormire tranquillo
[...] seconda conversazione è quella con Daniele Fusi, con il quale ce la siamo suonata e cantata su fundraising, ruolo e [...]
leggendo questo post di Daniele e la risposta di Paolo, non posso non intervenire dicendo quello che penso della bacchetta magica e del fundraising-sciamanesimo … seppur non esistano magie esistono intuizioni magiche, se è vero che testare è un dogma per ogni fundraiser, rischiare è quasi un dovere. Perchè rispetto a tutto il marketing del mondo profit ci differenzia un elemento fondamentale ed è la variabile sentimentale, il coinvolgimento emotivo dell’atto della donazione (il nostro prodotto). Il peso specifico della relazione emotiva tra causa sociale/organizzazione/prodotto donazione/brand è maggiore rispetto a qualsiasi altro prodotto/brand “profit”. Vendere donazioni e fare acquistare donazioni è un lavoro meraviglioso, che può fare sentire l’acquirente meglio rispetto a qualsiasi altro acquisto compulsivo o ragionato che possa fare. E quindi? Segmentiamo, testiamo, integriamo, innoviamo, budgettiziamo… Ma il mondo delle idee e quello del cuore hanno qualcosa di magico, che può trasformare un buon fundrasier in un fundraiser speciale, quasi magico…talmente reali sono i risultati che riesce a ottenere, meglio e prima degli altri. E’ questo l’ingrediente in più, magico, del buon fundraising: l’empatia verso il cliente/donatore unita alla scienza di marketing. E l’intelligenza emotiva è un talento, difficile da insegnare. Infine…L’idea vincente non è un’invenzione generata dal nulla, ma è qualcosa di nuovo creato da elementi esistenti che risulta utile. Per aumentare le vendite di dentrificio una segretaria di una multinazionale in una mega riunione di cervelloni si limitò a dire di “allargare il diametro del tubetto”… Margini molto più alti in poco tempo! Naturalmente non si possono avere idee magiche ogni 2 minuti, ma non possiamo rinunciare a trovare l’idea migliore, il modo migliore per realizzarla, l’idea in più rispetto ai competitors, l’intuizione magica, di cuore… Ma so che già lo fate!
[...] di ogni buon uomo di marketing e… ovviamente, di ogni fundraiser. Come dicevo in un recente colloquio via blog con Daniele Fusi: se quella del fundraiser è un’arte da cuochi, è anche vero che ci sono [...]
[...] crisi”. Così come non esiste uno strumento “spacca mercato”, (vi ricordate la bacchetta magica citata qualche tempo fa?), nessuna “nuova tecnologia” può permettere ad [...]