
fonte: flickr
Il mondo del marketing profit, ed ovviamente anche quello nonprofit, si trovano sempre di più a dover fare i conti con nuove piattaforme, soprattutto on-line (facebook, linkedin, second life e i metaversi, ecc.).
L’utilizzo che di queste risorse si può fare presuppone una scelta di fondo: esserci o essere rilevanti.
Parte da questa riflessione uno degli ultimi post di donor power blog e analizza alcune strategie di industrie profit e nonprofit.
Le strategie in questione non differirebbero da quelle applicate ai media tradizionali prevedendo una presenza (tramite banner pubblicitari di vari formati) all’interno di questi spazi.
Secondo Jeff Brooks in questo modo le aziende andrebbero a perdere quello che è il valore reale di queste piattaforme, il social networking.
Ponendosi come “sfondo” alle reti di utenti, infatti, gli inserizionisti non diventerebbero parte di quel mondo ma un contorno, se non fastidioso sicuramente non protagonista e quindi poco efficace.
L’atteggiamento potrebbe essere diverso? Per quanto riguarda il profit sinceramente non lo so, anche se propenderei assolutamente per un sì, ma per il nonprofit (sia comunicazione che raccolta fondi) sono certo che possa e debba essere diverso (e non solo perchè non ci possiamo permettere l’acquisto di qualunque superfice disponibile per i nostri messaggi).
Ciò che è realmente efficace in questi mondi (come di fatto nel mondo reale) è essere parte delle conversazioni, condividere le informazioni (aah la condivisione!), essere appunto “rilevanti”. Insomma per citare ancora Brooks, così come il profit dovrebbe smettere di “gridare” quanto eccezionali siano i suoi prodotti così dovrebbe fare il nonprofit.
Ovviamente questo comporta tempo, ma non è detto che sia solo il tempo del singolo fundraiser (come sarebbe per l’organizzazione di una campagna). A raccontare l’organizzazione i volontari sono bravissimi e ancora meglio gli operatori, e che dire di donatori e attivisti?.
Stimolando quindi una parte dei propri stakeholder all’utilizzo delle piattaforme citate (ma anche delle n. mila meno diffuse) anche i tempi, notoriamente lunghi del social networking, potrebbero essere “divisi” e si potrebbe ottenere quella “presenza positiva” che tanto bene può fare alle nostre cause sia in termini di diffusione che in termini di fundraising.





Ciao Daniele, è vero: il social networking non si “pianifica” si “fa”, costa tempo e impegno ed è “democratico”, un elemento che può non sempre piacere, anche al nonprofit.
In merito alle piattaforme, ho avviato un esperimento sul mio blog: ho aperto una pagina “dona ora” (http://quistelliblog.wordpress.com/dona-ora/) senza widget o badge o similari, wordpress.com non li consente come mi hai insegnato…e quindi mi sono arrangiato con un po’ di fantasia. Che ne pensi? Credo vada nella direzione del tuo ragionamento sul social networking. Ciao GB, Francesco
Ciao Super Quist! fantastica la pagina e penso che sia davvero l’esempio perfetto di come il singolo (cosiderandoti per un attimo “solo” un donatore di soleterre) in autonomia, con i mezzi tecnici che ha a disposizione, possa fare la differenza in termini di raccolta fondi. Non so che dire di più se non che “avrei voluto pensarci io!”
Personalmente ritengo molto carina l’idea di Francesco però ho alcuni dubbi circa l’esigenza di richiedere e comunicare la quota donata.
Se da un lato questo ha l’effetto della maratona Telethon e quindi spinge allo spitiro di squadra per un traguardo in comune(dai raccogliamo 300 €), dall’altro, vi domando, non può “imbarazzare” il piccolo donatore sopratutto in relazione al target medio dei blog?
Ovvero se dono 1 € perchè è l’unica cifra che posso permettermi e devo comunicarlo potrebbe accadere:
1.non comunico nulla e viene meno il principio del social networking
2.dono, comunico, ma la mia irrisoria partecipazione non mi permette di sentirmi importante nel gruppo
3.non dono
So che la donazione media è comunque bassa ma una cosa è la media un’altra e la quota singola esplicitata in una rete sociale.
Inoltre credo che la donazione in un social networking nasca non dall’imediata richiesta di versare soldi ma dal principio stesso della comunicazione sociale:
E’ necessario modificare glia attegiamenti, la donazione è successiva .
Nel caso in cui si donasse sulla base di una condivisione di un tema o problematica anche la % di probabilità che la donazione sia ” + fidelizzabile” è maggiore.
Quindi credo che l’effetto di chiedere subito è come definisce Daniele un urlare in un contesto dove tutti si uniscono magari per altre finalità.
Credo che bisogna stimolare al contenuto e che l’idea alla base della solidarietà debba essere il “core” del social networking.
La donazione è solo una conseguenza.
Ciao Genz, concordo solo in parte con la tua disamina sull’idea di Francesco. Ovvero se lo interpretiamo come volontà del singolo di coinvolgere i suoi amici (in questo caso lettori di un blog) nel raggiungimento di un obiettivo di raccolta fondi direi che l’iniziativa non ha controindicazioni (il fatto di dare la possibilità di lasciare un commento in cui si dichiari la donazione è solo frutto di un limite tecnico, se Francesco avesse potuto caricare uno widget di fundraising il donatore avrebbe avuto la scelta di lasciare un commento e cosa più importante Francesco avrebbe potuto cmq monitorare le donazioni). Per quanto riguarda le piattaforme di social networking (non considero, forse sbagliando, un blog in questa veste) invece concordo con te, la donazione non è la prima cosa da richiedere… prima si costruisce e lo si fa per tanto e poi forse, ma non per forza, si chiedono fondi.
Grazie e a presto
P.S. Mi stai alzando un sacco il livello tecnico dei commenti, ora mi tocca pensare prima di scrivere
non ti fermare l’idea di questo blog è proprio quella di superare il fundrasing base proposto su altri blog ed avventurarsi in discussioni più avanzate!