
fonte: flickr
Ne ho già parlato su questo blog e su quello di Lentati, la trasparenza dovrebbe essere una leva per la raccolta fondi, i donatori, in quanto investitori sociali, hanno il diritto di essere informati puntualmente su come il loro contributo verrà utilizzato.
Questo in un mondo ideale, dove cioè il donatore percepisce questo suo ruolo di investitore. Nel mondo reale la stragrande maggioranza è convinta di fare semplicemente “beneficenza”, non c’è nulla di male in questo sia ben chiaro, ma questo rende poco redditizio l’atteggiamento di chi, molti per fortuna, investe… in rendicontazioni puntuali e basa la propria attività su un controllo di gestione volto alla massimizzazione dei risultati per i beneficiari ed al contenimento dei costi di struttura.
Questo è forse normale, come detto quasi alla noia, il nostro è un settore giovane ed anche i donatori hanno bisogno di tempo per poter comprendere appieno il loro ruolo nel nonprofit, ed infatti la mia critica non è mossa verso di loro ma verso chi, pochi ma “buoni”, non solo utilizzano modelli operativi poco condivisibili (almeno dal mio punto di vista) ma nascondono dietro al termine “trasparenza” informazioni che, per quanto “interessanti”, non ci dicono nulla sulla finalizzazione dei fondi, o meglio non ci dicono quanta parte di quei fondi arriva direttamente ai progetti sul campo e quanta ne resta nella struttura.

(per chiarezza, questa non è trasparenza)
E’ la cosa fondamentale, è IL dato da dare al donatore. Anche perchè facciamo un esempio: io apro una onlus che non gestisce direttamente i progetti ma raccoglie fondi ed eroga ad altre organizzazioni, che hanno i progetti, quanto raccolto sui privati.
Se non sono iper-trasparente e non dico quanto “trattengo” dei fondi raccolti per i miei costi di struttura (comunicazione, personale, ecc.) rischio si possa pensare che magari su 100 euro raccolti, in loco ne mando 10 e i restanti 90 coprono i costi sostenuti per raccogliere la cifra ed il mio stipendio.
Concorderete che non è una possibilità così remota.
Per non essere frainteso: non sto dicendo che l’organizzazione, autrice della pagina postata sopra, sia gestita male o che abbia intenzioni poco nobili, non lo penso davvero, ma credo che l’informazione che da sia carente dal punto di vista della trasparenza e dia adito a forti dubbi che non fanno sicuramente bene al nonprofit tutto.
Forse ci dovrebbero essere delle leggi che impongano determinati standard o forse è sufficiente un autoregolamentazione più puntuale, quello di cui sono sicuro è che la situazione così come ora non più andare avanti. Il settore è troppo esposto al rischio di “intrusioni” di soggetti con intenzioni poco nobili e credo che questo sia un fatto.
Il nostro settore non è abituato alla critica, la tolleriamo poco e preferiamo, con un atteggiamento tutto italiano, far finta di nulla o nel migliore dei casi indignarci privatamente.
La logica della rete, dell’informazione sul web, dei blog deve servire anche questa causa, dire quello che non va, affrontanto il rischio dell’attacco polemico o della messa all’indice come “rompi-balle” o peggio.
Colleghi techno-fundraiser (come ci ha ribattezzati oggi un amico) credo che tocchi a noi cominciare, prima di Assif, prima di Vita, prima di chi ha strutture con cui coordinarsi, anche perchè ,se poi succedesse qualcosa, magari un giornalista si interessa ad alcune onlus poco trasparenti e ne salta fuori uno scandalo chi pensate che ne pagherebbe le conseguenze?
Pensate che qualcuno verrà ad aiutarci davanti a management e board nello spiegare che il calo delle donazioni è dovuto a fattori esterni? Nel mio caso la vedo difficile e quindi il mio piccolo, forse inutile, contributo l’ho dato… ora tocca a voi. Lasciamo da parte per un momento le questioni di lana caprina (sempre interessanti ma forse da porre in secondo piano per un momento) e diamoci da fare!





Caro Daniele, inizio oggi una prima risposta, assolutamente d’impulso che, come sai, rischia di diventare un fiume in piena nei prossimi giorni. Apriamo il dibattito, coinvolgiami chiunque ci stia, consulenti, manager interni, volontari, fornitori, stakeholder. Proponiamo ricette, proponiamo un convegno e, soprattutto, facciamo nascere qualcosa di nuovo, di meno ingessato del pur benemerito istituto della donazione: facciamo nascere il nostro charity navigator. Basta con le autorità garanti. Basta con i baracconi ministeriali. Iniziamo con una seria e trasparente politica del benchmark sociale. La palestra per discutere la stiamo creando, nei prossimi giorni spero che lì inizieremo a parlarne con tutti.
un caro saluto
[...] anzi, fondamentali per il presente e per il futuro della raccolta fondi. E ne discute anche Daniele Fusi sul suo blog, che ha stimolato questo mio post. [...]