
fonte: flickr
Ho passato circa una settimana a riflettere su cosa scrivere; ho letto, cercato, e poi alla fine mi sono detta: perché, nel primo post su Fundraiser’s Diary, non parlare dell’esperienza finora fatta, utile anche a me per tirare le fila di questo primo passo nel terzo settore?
Perché no? La consulenza è molto intensa e insegna e fa crescere professionalmente in fretta e sempre di più – se lo vuoi: ti “obbliga” (a chi si mette davvero in gioco) a ragionare sempre in multi tasking: ogni consulente / account / quello che preferisci si trova a dover gestire più associazioni clienti e per ogni associazione, molto spesso, più progetti. E oltre ad associazioni spesso gestisce e lavora anche con aziende, per definire con loro delle partnership con il mondo del non profit.
In questi anni ho lavorato con molte organizzazioni, di piccole, medie e grandi dimensioni: senza voler far torto a nessuno, ma solo per citarne alcune Unicef, Amref, Cesvi, LILT tra le più conosciute e Archivio Diaristico Nazionale, Associazione Cardinal Ferrari e Cooperativa Pandora tra le più piccole e fortemente territoriali.
Non sto ad entrare nel dettaglio dei progetti realizzati: in questa sede vorrei parlare… …della mia percezione del mondo del non profit visto un po’ più dall’esterno e della percezione di queste realtà alla consulenza, al mio lavoro, o meglio, al lavoro che ho svolto insieme al team che operava per ogni singola organizzazione.
E dunque: come ho percepito, io, il mondo vicino ma lontano del non profit? Parlo quindi strettamente della mia esperienza, di quella che ho costruito con le associazioni con cui ho lavorato. Il non profit come l’ho visto io è stato ed è sicuramente genuino, trasparente, fortemente motivato alla propria causa e disposto a fare sempre di più e sempre meglio.
Ma ho notato purtroppo anche, e non solo nelle piccole realtà, spesso territoriali, un atteggiamento di chiusura: sia perché chiusi in sé stessi – non c’è tempo, e troppa quotidianità/operatività (troppo spesso in risposta ad input dall’esterno e non ad output verso l’esterno) per guardarsi intorno – sia perché gelosi custodi dei propri risultati – perché palesare alle altre organizzazioni i risultati effettivi dei miei successi? Meglio tenermeli stretti.
Ma rispondere e gestire prettamente input provenienti dall’esterno non permette di costruire una strategia di lavoro (definizione dei carichi, dei flussi di lavoro) e non avere competitor non è un punto di forza, è una minaccia: la mancanza di competitor non porta al confronto, e la mancanza di confronto non produce stimolo, idee, crescita.
In questi anni, se ci penso, ho notato anche spesso, purtroppo, la mancanza di un piano di azione di fundraising: non in gestione o acquisizione donatori individui (dove invece ho visto, magari non in prima persona, analisi, studi, e cambi di strategia) ma a livello più ampio di raccolta fondi, di un piano di medio – lungo termine, a 360°, comprensivo di strumenti (cartacei, elettronici…), attività (eventi, DM…), atteggiamenti (trattamenti più o meno personalizzati, face to face…), timing, target, ipotesi di investimenti e di ritorni.
E come queste realtà, nella mia esperienza, percepiscono la consulenza?
Spesso le organizzazioni pensano che chiedendo un aiuto per poter raccogliere fondi, la raccolta stessa sia immediata: basta pagare, specificare l’obiettivo di raccolta (per esempio un ospedale, o anche qualcosa di meno economicamente rilevante) e aspettare che i miei consulenti mi trovino i fondi.
E attenzione: questo atteggiamento è largamente diffuso, e non riguarda solo le piccole associazioni, molte volte composte da solo personale volontario, ma anche le più grandi.
Fortunatamente, personalmente (e mi piacerebbe sentire se siete d’accordo con me), nell’ultimo anno mi è sembrato di percepire dei cambi positivi: in un’ottica di condivisione ho notato l’aumento di incontri (tavoli, convegni, eventi) durante i quali conoscere altri fundraiser e condividere esperienze, risultati, valori. Le organizzazioni cominciano ad essere più consapevoli di dover investire fondi per sviluppare progetti di valore, comprendendo che l’investimento è sia di denaro, ma anche di tempo e risorse. E il famoso passaggio di know how verso le organizzazioni, l’ho percepito più fortemente nell’ultimo anno, perché mi è capitato più volte di confrontarmi con fundraiser ben disposti a partecipare attivamente nell’identificazione di un piano di fundraising ad hoc.
Questo è senza dubbio un grande passo avanti, anche e soprattutto per la raccolta fondi, che diventa più studiata a tavolino (strategia), più ragionata, in un’ottica non più del qui e ora, ma del medio/lungo periodo. In un’ottica, tra l’altro, di una sempre maggior professionalizzazione del settore: perché non è ovviamente complicato, ma neppure così facile pianificare attività da realizzare, costi da sostenere, risultati ottenibili. Perché la pianificazione implica la conoscenza non solo del mercato in generale, ma anche degli andamenti degli anni passati, dei risultati ottenuti…perchè si pianifica sulla base dei risultati passati, o, nel caso di start up, si pianifica sulla base di esperienze e conoscenze.
“non posso ipotizzare che un test DM di acquisizione mi darà una redemption dello 0,5% se non conosco bene: la causa trattata, il mercato e gli interessi delle persone, come identificare la lista da utilizzare per il test, e, non ultimo il budget a disposizione: se ho 10.000 euro di budget ha senso acquisire con il DM? Se va bene poi, dove li trovo i fondi per fare un’espansione? Aspetto l’anno successivo?”
E infine, pianifico ma poi devo necessariamente e ASSOLUTAMENTE monitorare i risultati e correggere la strategia: perché è solo leggendo i risultati che mi creo quell’esperienza necessaria non solo all’oggi, ma anche alle pianificazioni successive.
Forse allora dei primi passi verso un’apertura e una professionalizzazione del settore si stanno realmente facendo…e forse…presto…Daniele ricomincerà a scrivere in italiano ☺
p.s. non è facile condensare in un post sensazioni ed esperienze. Spero di esserci riuscita al meglio…e spero di sentire presto la vostra opinione.






Ciao Ioana, dunque prima di tutto ti ringrazio ancora per il commento che hai fatto su fundraising.it ad un post perchè gli hai dato veramente del valore in più grazie anche alla tua esperienza specifica.
Concordo con quanto tu dici e credo che buona parte di questa scarsa fiducia nel fundraising sia data anche dalla storia del fundraising stesso che si intreccia con lo sviluppo economico del settore sociale che per troppi anni (e ancora adesso in molti casi) si è rivolto unicamente al settore pubblico per trovare fondi (convenzioni ad esempio). Dunque dobbiamo come fundraiser e professionisti del fundraising iniettare anche una certa cultura della raccolta fondi, una cultura dell’essere partecipi in prima persona (il famoso fundraiser che deve essere prima di tutto donatore prima ancora che fundraiser) nelle iniziative che si creano. Io sto cercando di creare tutto questo nei siti che gestisco su internet sul tema del fundraising e come volontario nella realizzazione del Festival del Fund Raising prossimo. Ciao Francesco
Ciao Ioana, non ti ho più salutata rispondendo alla mail e allora lo faccio qui.
Quanto scritto sopra è sacrosanto. Aggiungo solo un aspetto che entrambi, senza fare nomi né niente, conosciamo e che può aiutare a vedere la raccolta fondi sotto un altro punto di vista: il fundraiser deve sapere anche scoraggiare dal fare fundraising, porre problemi, dire “non siete pronti”, risolvete prima questo e quello e poi ne riparliamo. Quindi non solo far preparare gli strumenti adeguati, ma verificare tutta la filiera organizzativa e decisionale, “ut unum sint”.
E magari farsi pagare per i soldi guadagnati non avendoli fatti spendere quando ancora non si era pronti per spenderli. Ovviamente il tutto in vista di poter investire bene e presto quanto è giusto investire.
Auguri per il nuovo ruolo e.. ci leggiamo qui.
Luigi
Ciao Francesco e Luigi,
grazie innanzi tutto per i commenti.
Grazie a Francesco, per il valore in più che anche lui ha dato al mio post con il suo commento. Concordo ovviamente su tutto e un in bocca al lupo e un complimenti per il lavoro che porta avanti ormai da tempo su fundraising.it e il contributo prezioso per la realizzazione del festival.
Grazie anche a Luigi: sapevo che ogni tanto leggevi il blog di Lentati e sono molto contenta di sentirti qui, nella mia nuova casa.
Concordo anche con Luigi e il suo commento: molte organizzazioni richiedono l’aiuto di consulenti convinti davvero di voler intraprendere attività di raccolta fondi: a queste organizzazioni, molto spesso, mancano strumenti di base (come un DB, materiale istituzionale etc etc); li realizzano giustamente magari, li portano a termine, individuano una persona che si occupi della raccolta fondi ma poi fanno un passo indietro e non partono neanche con le iniziative e attività di fundraising concordate e approvate. perchè? magari perchè si scoraggiano del tempo (che magari reputano perso) necessario a realizzare tali materiali, perchè non vedono entrare fondi subito come sperato, perchè non comprendono il valore del lavoro finora svolto. perchè non sono ancora pronti, come giustamente dice Luigi. Risultato? investimenti economici e nessun risultato. Impostare un “ufficio” preposto alla raccolta fondi implica investimento e costanza: la costanza di lavorare per un periodo incessantemente per porre le basi e cominciare a raccogliere fondi, non centinaia di migliaia di euro però, ma un passo alla volta. Prima di intraprendere un’attività del genere, pertanto, è indispensabile che tutta l’organizzazione, dai vertici fino agli operativi, comprenda e sappia per tempo cosa gli aspetta….altrimenti, come spesso accade, il cda chiede risultati (ovviamente di raccolta) alla prima riunione e se non li ottiene (come è facile che sia) dubita sull’efficacia del lavoro.
ancora grazie a Francesco e a Luigi e a presto!
Ioana