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Ciao a tutti!
Innanzi tutto ringrazio Daniele per avermi dato l’occasione di poter scrivere nel suo blog.
Ho riflettuto su cosa scrivere nel mio primo post ed alla fine ho deciso di non parlare di case history o analisi di strumenti di mktg ma di un mia riflessione .
Questo oltre che per presentarmi nella mia “umanità” anche per rispettare la filosofia di questo blog: provocare discussioni fra fundraiser.
Vorrei ora partire da una considerazione che mi accompagna sin dai primi giorni in cui ho iniziato l’attività di fundraiser, rappresentata da quel classico contrasto fra idea-azione-esperienza; dalla relazione fra l’ideale puro di un pensiero “vergine” e idealizzante del non-profit ed un’esperienza che ne viola a tratti l’illibatezza.
Partirei da due riflessioni:
1. la definizione del marketing sociale di Kotler :
<<l’utilizzo delle strategie e delle tecniche del marketing per influenzare un gruppo target ad accettare, modificare o abbandonare… …un comportamento in modo volontario, al fine di ottenere un vantaggio per i singoli individui o la società nel suo complesso>>.
Aspetto a mio parere importante risulterebbe <<l’accettazione, la modifica e l’abbandono di un comportamento>>, ovvero la sensibilizzazione al fine di un bene sociale comune.
Da ciò si potrebbe dedurre che la comunicazione sociale dovrebbe essere lo strumento principe del mktg sociale per il raggiungimento del suo fine etico (tenendo conto che da solo non ne garantisca l’efficacia/efficienza): comunicare per modificare gli atteggiamenti individuali e collettivi.
Il marketing è sociale laddove applicato per un fine sociale.
In tal caso la comunicazione rappresenterebbe il tramite o uno degli strumenti per sostenere, con l’ampliamento di risorse umane ed economiche, la mission perseguita (soprattutto nelle ONP dove la grande parte delle entrate derivano da donazioni private).
Prima osservazione, secondo il mio punto di vista è che non tutte le mission sociali possono essere accomunate da una parità di approccio rispetto agli interventi attuati e dei bisogni/emergenze rilevati ma che, soprattutto, mission sociali che identificano stessi bisogni e stessi target si trovano ad essere in stretta competizione fra loro.
La loro competizione non si afferma esclusivamente nelle campagne di sensibilizzazione ma anche nella ricerca di modelli operativi d’intervento secondo il principio dell’auto sostenibilità.
Se la competizione facilita, in questo modo, il continuo miglioramento, dall’altro potrebbe inficiare, nella totale mancanza di collaborazione/complementarità, l’impatto sociale dei progetti.
I risultati positivi ottenuti mediante, nel nostro caso, azioni di mktg avrebbero la capacità di aumentare le risorse a disposizione di una ONP (il che non comporta sempre una crescita proporzionale dell’impatto sociale degli interventi) ma potrebbero dall’altro compromettere le capacità d’intervento di altre ONP.
In questo caso e per le riflessioni che qui di seguito riporterò il mktg sociale e il ruolo della comunicazione, quale strumento principe, potrebbero spesso rappresentare una minaccia ad un intervento globale.
Kotler in questo caso affermerebbe che queste sono paure di giovani ONP…
Gli interventi, a mio parere, dovrebbero avere il fine di coordinarsi fra loro per garantire un intervento proporzionale ai bisogni ed alle emergenze rilevate.
Per farla breve gli interventi attorno ai beneficiari dovrebbero prevedere una pluralità di supporti che solo una rete di sostegno ampia e capillare , attuata da un rapporto sinergico fra le ONP, potrebbe garantire.
Un ampliamento di alcuni a danno di altri inficerebbe un intervento globale che potrebbe garantire un impatto sociale di maggiore portata.
2.Marketing mix
Se molti degli strumenti del marketing sono in comune con quello del marketing sociale sicuramente sono differenti gli elementi del marketing mix. Il famoso paradigma delle 4 P del marketing (prezzo,prodotto, punto vendita, pubblicità) si basano su un concetto fondamentale: il rapporto tra azienda e cliente è diretto, si offre il prodotto, lo si pubblicizza come la panacea di tutti i mali, ma laddove questo non risulti verosimile, il consumatore ha la possibilità di giudicarlo direttamente (attraverso i suoi gusti, le sue aspettative, il suo background culturale, in una dimensione spazio-temporale immediata).
Nel marketing sociale il rapporto tra prodotto (progetto) e cliente (beneficiario) non è sempre di tipo diretto. A volte il beneficiario non è il l destinatario finale delle strategie della comunicazione e raccolta fondi che mirano alla fidelizzazione di un seconda figura: il donatore. Per questa ragione il destinatario degli interventi che usufruisce in modo immediato del progetto, non essendo il destinatario finale del mktg sociale, non ne condiziona direttamente l’offerta .
Il beneficiario degli interventi istituzionali delle ONP vanta di progetti di sostegno sociale ma senza poter, a volte, porre una scelta sui servizi e senza poter condizionarne, nell’immediato, una sua variazione.
Tali vantaggi spetterebbero al donatore che avrebbe, nella migliore delle ipotesi, una serie di strumenti di informazione sull’utilizzo della propria donazione, ma mancando totalmente di un parere quanto più vicino ad una presa di coscienza autonoma ed indipendente (premesso che questa ovviamente non avviene neanche per il cliente del marketing).
Questo rapporto indiretto dimostra quanto importante sia il nostro ruolo e quanto sia necessario sviluppare una comunicazione in stretta correlazione ( o almeno più vicina) con i risultati sociali degli interventi.
Queste premesse che già in sé contengono una variabilità molto alta di congetture mi servono per arrivare al cuore della mia riflessione/perplessità. Partendo dal presupposto che il fundraiser :
1. conosce il marketing sociale
2. segue due obiettivi professionali: brand-awareness e fundraising
3. non sempre riveste cariche di direzione generale
4. non sempre ha conoscenza o accesso a tutte le informazioni aziendali
5. è una persona mossa da nobili interessi ma pur sempre inserito nella realtà
La mia domanda è in che modo e secondo quali regole etico-sociali deve muoversi?
Il dilemma del come comunicare e come raccogliere i fondi deve essere affrontato a mio parere su 2 livelli e a seconda dei diversi stadi di crescita professionale della figura del fundraiser.
1. Livello esterno: competitor- donatori.
Il sociale, nella mia interpretazione, deve essere omnicomprensivo.
Tutte le mission dovrebbero confluire in un unico obiettivo: la solidarietà a 360°.
Motivo per cui già in sé il termine “competitor” applicato al non profit non avrebbe senso se non in quanto legato alla terminologia economica.
La prima domanda che mi sono posto è stata: è giusto giocare nel mercato dell’acquisizione di donatori e quindi competere nella loro spartizione nonostante il fine ultimo dovrebbe, a livello sociale, essere quello del solo aumentarne il numero?
E’ giusto che io, da fundraiser, mi concentri professionalmente nell’appoggiare la mia ONP nella propria missione rendendola competitiva rispetto ad altre e magari a danno dell’efficacia del sostegno in toto?
E come devo rivolgermi ai miei donatori se il mio intervento ha inferiore impatto sociale rispetto a quello fornito da altri “competitor” o risulta isolato rispetto ad un bisogno che meriterebbe un sostegno maggiormente capillare?
E se un aumento delle mie risorse comporta una diminuzione di un altro progetto e dei suoi relativi beneficiari?
Nell’obiettivo di una solidarietà sociale omnicomprensiva il loro numero così come quello dei donatori dovrebbe essere in costante aumento. Una loro spartizione a mio parere avrebbe senso solo se contestualizzata in una fase storica dello sviluppo dell ONP ancora “immatura”.
2. Livello interno
Dovere morale delle ONP è quello di creare al proprio interno lo stesso valore sociale comunicato e perseguito all’esterno.
Premesso che non tutte le ONP sviluppano strategie di coinvolgimento e management delle proprie risorse, fino a che punto ci si deve spingere nel comunicare la nobiltà della propria mission e del proprio operato se questa non trova spazio innanzi tutto al suo interno?
Sarei curioso di sapere quanto voi vi sentiate vicini a queste mie riflessioni e a quali risposte vi siate dati.
Io, per dirlo alla Weber, spesso intravedo la risposta nella dicotomia tra il politico “di” e “per” professione.
Trasponendo questa definizione al nostro settore il fundraiser potrebbe essere:
1. di professione: colui il quale è nato e sente il sociale seguendo il codice etico del proprio ideale
2. per professione: colui il quale è diventato fundraiser per scelte legate a criteri di mediazione fra professione e morale e trova nel dovere dei suoi compiti lavorativi la giustificazione alle proprie scelte.




