
Fonte: flickr
Essendo un tema che mi riguarda da vicino volevo condividerlo con voi per avere, se desiderate, un vostro parere in merito.
Qualche tempo fa, precisamente martedì 25 marzo 2008, Il Sole 24 ORE ha pubblicato un allegato molto interessante sulla responsabilità sociale.
Il primo articolo, di Elio Silva, riporta (cito testualmente e prendo parti interessanti per questo post):
“è ormai chiaro che non si tratta solo di filantropia, né di marketing e comunicazione, né di mera reputazione: per le aziende la Corporate Social Responsibility……è una scelta strategica, del tutto integrata nel core business”
e ancora:
“secondo la rilevazione realizzata da Asa Amtrop Hever (intervista a 200 dirigenti di imprese di medie e grandi dimensioni, quotate e non, sulla propensione alla Csr) negli ultimi 5 anni è fortemente cresciuta fra i top manager l’importanza attribuita alla responsabilità sociale: 3 su 4 (il 73%) la ritengono oggi fondamentale per garantire il successo dell’azienda nel medio-lungo termine”.
Bene! Abbiamo detto tutti.
Ma poi, nella realtà di tutti i giorni, è proprio così?
Personalmente ho qualche dubbio.
Troppo spesso ancora piccoli imprenditori (ma non solo, anche grosse posizioni aziendali) hanno difficoltà a vederci come professionisti, come “colleghi”, da trattare alla pari.
Dobbiamo lottare nel vero senso della parola per tutelare il nostro logo, per far capire che ha un valore, e che il suo valore ha anche qualcosa in più rispetto ad un logo profit, perché ha una forte connotazione etica e sociale che connota, quindi, eticamente anche l’azienda che affianca al proprio logo quello della ONP. E questo porta quindi con sé una serie di conseguenze (caratteristiche della collaborazione, durata della stessa, importo donato, che fa che cosa, cosa può fare la ONP etc etc)
Anche le aziende, ahimè ancora troppo spesso, usano parole come “facciamo beneficenza”…”massì del bene per quelli più poveri”: tutto questo è indice, ancora, di un ritardo tra nord (paesi anglosassoni, che vedono la Csr proprio come descritto nell’articolo) e sud del mondo (noi) …e scusate l’esempio, ma un po’ è così.
Siamo sempre indietro, sempre troppo…e tante organizzazioni, se non tutte, in Italia lo percepiscono anche al livello di corporate fudraising.
Ok, nell’articolo si parla di un campione di dirigenti di imprese medio-grandi, ma nella definizione del progetto, della campagna da sostenere, della comunicazione, l’input magari può capitare che parta dall’alto, ma spesso non è così e se anche lo è, comunque la gestione dell’iniziativa dipende da altre cariche e pecca di questo ritardo: alla fine noi veniamo percepiti come: “quelli a cui si è fatta beneficenza per quel tal progetto”.
E qui si aprirebbero altri discorsi: per esempio quanto davvero l’azienda studia e conosce e si informa sul progetto sostenuto, invece di prediligere la comunicazione del progetto sociale e la brand awareness dell’organizzazione non profit cui decide di unirsi?
Certo, le aziende medio grosse la brand awarenees ce l’hanno già elevata, e il legame con la ONP serve a connotare l’azienda socialmente, ma si torna allo stesso punto: chi mi racconta il progetto che avete sostenuto?
Ho finito di sfogarmi…aspetto vostri commenti. Grazie.






Ciao Ioana, provo ad intromettermi in questa discussione. Dopo un Master in Fund Raising in quel di Forlì, sto muovendo i primi passi in questo mondo. Lavoro per una fondazione nel pavese che si occupa di minori e non solo.
Abbiamo un progetto o forse, meglio, un’idea: vogliamo coinvolgere le imprese del nostro territorio a sostenere le nostre attività. Che evidentemente coinvolgono bambini, adolescenti e famiglie dello stesso territorio. Abbiamo aggiunto a questa idea una parola: “reciprocità”. La concretezza dell’esperimento sta nel fatto che più soggetti (noi fondazione, imprese locali, enti pubblici) si assumono reciprocamente l’impegno a sostenere anche economicamente le nostre iniziative. I primi abboccamenti non sono stati semplici. E’ vero, come dici tu: lo sguardo di chi sta dall’altra parte è spesso di sufficienza e la risposta si muove ancora, se positiva, sui binari della beneficenza e/o della sponsorizzazione. Alcuni invece sembrano interessati e questo ci spinge ad insistere.
Vorremmo – lo stiamo facendo – muoverci anche con le Associazioni di categoria: non portano soldi ma dovrebbero essere in grado di “stimolare” i loro associati, scardinando – spero – qualche resistenza di troppo. Ovvio: questa proposta ci può stare fra imprese e onp che si muovono a livello locale. Più complicato, forse, un percorso di questo genere per chi si occupa di cooperazione internazionale. Anche se in quel caso la buona causa è sicuramente più coinvolgente. Chissà, staremo a vedere…
Grazie
Ciao Andrea,
grazie per aver spezzato il silenzio di questo post. speravo che ci potesse essere un pò di movimento, anche solo per capire se anche altri colleghi, operanti in altre organizzazioni, vivono il corporate fundraising nello stesso modo o meno.
grazie per il tuo commento e un enorme in bocca al lupo per il tuo lavoro.
immagino lo sappia già, ma per organizzazioni territoriali ci sono buone opportunità di raccolta fondi dalle fondazioni bancarie di erogazione, spesso interessate a progetti che coinvolgono l’area di appartenenza della banca.
spero di rileggerti presto.
Ioana
Ciao Ioana, crepi (il povero lupo).
In effetti questo è un altro segmento della mia attività in Fondazione Adolescere a Voghera. Vero, le fondazioni bancarie sostengono la progettualità del nonprofit. E’ anche vero che non lo fanno completamente – in genere – ma richiedono un cofinanziamento da parte della ONP che in alcuni casi è piuttosto elevato. Un altro settore che non conosco bene ma che vorrei approfondire è quello delle Fondazioni di Impresa (Vodafone, Enel Cuore, ecc…) che mi sembra meno vincolante del precedente. Anche qui, staremo a vedere e, ovviamente, si accettano suggerimenti. Approfitto per segnalare che, a proposito di fondazioni bancarie, venerdì 4 luglio ci sarà un convegno organizzato da Vita Consulting, Intesa San Paolo e ABI sul tema: “Cittadinanza di impresa: l’impegno delle banche all’interno della comunità”. Grazie e a presto. Buon lavoro anche a te.
Ciao Andrea,
sì il canale delle fondazioni d’impresa può apparire un pò meno vincolante: sicuramente molte fondazioni d’impresa non operano per bandi chiusi, ma accettano proposte di colalborazione tutto l’anno. ma non sono tanto più facili rispetto alle fondazioni bancarie: anche loro tendenzialmente prediligono le associazioni territorialmente vicine e scelgono di destinare i loro fondi a progetti appartenenti all’area da loro prescelta.
l’unica variante, probabilmente, è proprio quella di ricevere candidature duante l’anno e l’essere, spesso ma non sempre, meno tecnici nella richiesta di specifiche. i bandi delle fondazioni bancarie, lo sai sicuramente meglio di me, sono estremamente tecnici e cavillosi.
grazie mille per la tua rsiposta e per aver lanciato la proposta del convegno del 4 luglio
a presto,
Ioana
[...] tra organizzazione nonprofit e azienda profit, un argomento sviluppato anche da Ioana Fumagalli in questo post Ciao [...]
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