
Fonte: flickr – what the consultant saw
Dopo una serie di post strategici che hanno visto questo blog fare un’impennata di accessi e commenti (elogio al benchmarking italiano di Save The Children, provocazione sulla vacancy di prestigio di Action Aid e successivo elogio alla scelta effettuata), a me il compito di riportare Fundraiser’s Diary verso post più noiosi e meno “di case histories che fanno così tanto bene alla awareness!”
Perché con questo post non voglio “spaccare” come il Fusi, ma condividere le riflessioni degli ultimi mesi, che solo oggi si concretizzano con la domanda che da il titolo al post.
Cosa farei se…
…domani tornassi a fare la consulente per il non profit?
So che spesso anche Daniele si domanda la stessa cosa, e invito sia lui che Francesco Quistelli, gli unici due che conosco aver fatto da poco la mia stessa scelta (anzi un poco prima di me) – passaggio profit / non profit – a lasciare traccia di sé con un commento.
È ovvio che mi piacerebbe creare una discussione che coinvolga anche chi dal non profit è entrato al profit, chi rimane nel profit pro non profit, che dal non profit non è mai uscito…insomma tutti…ma non sono così geniale come il Fusi
Entro nel vivo delle riflessioni: a distanza di circa sei mesi dal mio primo post su questo blog, nel quale mi presentavo nella nuova veste di fundraiser a tutti gli effetti (perché i consulenti non sempre sanno di esserlo, chissà perché?) e salutavo il mio precedente lavoro, ho imparato tante cose e shiftato la percezione che avevo (lo ammetto un po’ distorta) delle ONP, un po’ miope, una visione per forza a 300°.
È ovvio che per un consulente è impossibile avere una percezione precisa (anche a distanza di anni di lavoro con una ONP ve lo assicuro!) e completa delle ONP. È vero anche il contrario, ovviamente.
Ho conosciuto da una prospettiva nuova e diversa un mondo che pensavo di aver compreso fino in fondo: persone speciali, fortemente dedite alla causa a prescindere dal ruolo (anche questo è davvero bello e significativo). Il beneficiario, destinatario degli sforzi congiunti di tutta l’organizzazione, ricopre un ruolo centrale e le problematiche interne alla ONP che possono limitare l’impatto della ONP nei Paesi in cui interviene vengono vissute con profonda angoscia.
Ho visto da vicino cosa vuol dire essere motivati, credere in quello che si fa, credere nell’azienda per la quale si lavora e tendere il più possibile verso l’eccellenza, non per sé, ma per l’azienda, per il beneficiario.
La spinta sociale è un vero motore, è quel qualcosa in più che ti porta a provare sentimenti contrastanti, rabbia, delusione, angoscia se qualcosa non funziona, o gioia se grazie al tuo lavoro i risultati raggiunti sono più positivi del previsto.
Ho imparato cosa davvero vuol dire voler crescere professionalmente non solo per sé, per “vendersi” meglio al prossimo offerente, ma voler crescere per massimizzare le entrate, per aumentare la propria efficienza, per l’Africa, nel mio caso.
Risvolto negativo della cosa, purtroppo già visto: spesso i fundraiser non hanno quell’ambizione sana di crescita; si punta all’eccellenza del proprio orticello, non si ha l’ambizione di puntare verso cariche sempre più alte. Non puntando alla verticalità dell’organigramma si rischia di appiattirsi, di concentrarsi troppo su sé stessi, forse per timore alle maggiori responsabilità, o magari per la consapevolezza che se prese seriamente, le maggiori responsabilità forse un po’ allontanano dalla causa, perché si è necessariamente focalizzati su compiti quali la gestione del personale, i flussi di lavoro, la comunicazione interna, il networking etc….trasformandoti da fundraiser in manager del fundraising, per cui forse un po’ più lontani rispetto a progetti e beneficiari.
Ma questi ruoli sono chiave, sono quelli che nel breve, medio e lungo garantiscono la vera crescita.
Quindi: cosa farei se tornassi a fare la consulente per il non profit? Sicuramente mi sforzerei di più a credere nell’azienda per la quale lavoro, nei valori che la reggono, anche se meno “elevati”.
Ma non ho imparato solo questo. Il non profit, lo ammetto, insegna molto.
In fase di analisi strategica mi concentrerei molto di più sulle interviste ai componenti (tutti se possibile) dell’organizzazione: l’organigramma spesso è troppo limitante, rappresenta solo in parte l’organizzazione e i ruoli. Mi concentrerei molto di più sulla comprensione dei flussi di comunicazione, con un occhio di riguardo, anzi prestando la maggiore attenzione possibile, al flusso di comunicazione interna. Perché in passato non l’ho fatto con la dovuta attenzione? Devo spezzare una lancia a favore dei consulenti e ammettere che purtroppo questa fase di lavoro non è capita dall’organizzazione, non è apprezzata (e quindi non è giustamente ricompensata ): spesso l‘ONP pensa di conoscersi, e anche quando sa perfettamente quali sono i limiti della comunicazione interna non li ritiene così importanti, o per lo meno, non si ferma a dedicare il giusto tempo per risolverli. Perché il beneficiario è importante. Verissimo, ma alla lunga una buona organizzazione interna paga. Vedi Save The Children….per tornare al discorso…un’analisi di questo tipo, quindi, aiuterebbe a migliorare flussi scorretti o mancanti.
E purtroppo questa fase “costerebbe” troppo al consulente che lavora per le ONP e si sa, le ONP hanno budget di investimenti piuttosto ridotti.
Comunque farei domande più tese a conoscere questi aspetti chiave dell’organizzazione, indispensabili per stendere piani di lavoro sostenibili, condivisi e realmente “cuciti” attorno all’organizzazione.
E in ultimo (prometto)…le procedure di quello che sto per scrivere per me sono ancora piuttosto difficili da capire del tutto.
I consulenti lavorano in team e, per lo meno nella mia esperienza, il team, tendenzialmente sempre diverso, lavora a 360° attorno all’organizzazione: definisce e gestisce operativamente attività di acquisizione o gestione donatori, ma anche aziende, volontari, istituzioni, fondazioni di erogazione etc etc.
In organizzazione si lavora in team, è vero, ma il team è tendenzialmente sempre lo stesso e si occupa di un preciso progetto: o individui, o aziende, o gestione o acquisizione.
È difficile passare da un atteggiamento di operatività e strategia a 360° a strategia e operatività specifica.
È difficile quindi anche entrare nell’ottica del fornitore/cliente interno e dell’informo ma non faccio, o magari informo mentre faccio, o informo perché faccia.
Per me non è ancora naturale farlo. Caso concreto: io lavoro con le aziende; se con un’azienda si decide di realizzare un evento e magari si chiede il Patrocinio, non posso farlo io, anche se il mio cliente è un’azienda, o meglio: devo necessariamente coordinarmi con chiunque possa necessitare di sapere che con quell’azienda sto organizzando un evento (ufficio volontari) e con chi si occupa del rapporto con le istituzioni (ufficio volontari, ma anche EAS, ma anche ufficio progetti).
Tutto nell’ottica di condividere, ma anche di delegare ad altri del lavoro, ma anche, e soprattutto, di mostrarsi all’esterno in modo coerente: se più settori si rivolgono al comune cui sto chiedendo il patrocinio per l’evento, forse si può pensare di fare qualcosa di intra-settoriale, per apparire all’esterno in modo coerente.
Questo…non l’ho ancora imparato…ma ci sto lavorando!
Ecco perché se tornassi a fare la consulente studierei più a fondo ruoli, flussi di comunicazione, strategie interne ai diversi settori. Perché per realizzare piani di lavoro tutta l’organizzazione deve condividere quanto scelto, non solo la divisione fundraising…i settori sono troppo legati l’uno all’altro, non si può prescindere da nessuno. È la famosa unione che fa la forza.
Ammetto che un po’ mi manca la “tuttologia”: cerco di non perdermi pezzi, metto il naso dappertutto: SAD, DM, pianificazione, e mi manca un po’ la gestione in multi tasking: definire una strategia per trattenere i volontari e nello stesso lanciare un DM di acquisizione e individuare una lista di aziende potenzialmente interessati ad una causa sociale.
Ma ammetto che il valore di quello che faccio tutti i giorni, la professionalità che vedo crescere costantemente, non ha prezzo. È unica.
E se magari un giorno tornerò a lavorare dall’altra parte della barricata lo farò sicuramente in modo più consapevole e matura, perché questo non profit è davvero un meraviglioso mondo nascosto.
Lungo post…scusatemi…ma ho scritto il post ieri sull’autobus di ritorno da una due giorni di staff meeting di AMREF! Troppa strategia non aiuta ad essere sintetici





Perfettamente d’accordo sull’importanza dello studio dei flussi di comunicazione.
ciao Ioana, condivido quanto da te scritto, le organizzazioni guardano spesso troppo fuori da sè e poco dentro di sè. Da molto tempo critico in modo affettuoso ed appassionato l’autoreferenzialità di molte (troppe) ONP che attribuiscono criticità e problemi a fattori esterni, magari per la propria incapacità o la “non-voglia” di affrontare le proprie questioni. Dico questo con la massima stima per un mondo costituito da milioni di persone che credono fortemente in quello che fanno e spesso lo fanno in modo assolutamente disinteressato del quale mi piace pensare di essere parte. Credo che il problema risieda su due questioni:
1) la mancanza di una classe dirigente preparata ad affrontare le sfide di una nuova società in movimento (locale e globale);
2) la mancanza di una cultura di management;
A queste due carenze, che ritengo strutturali, non si può sopperire con il fund raising. Questo è un messaggio ancora poco diffuso nel nostro settore, e che, se pur impropriamente, tocca spesso a noi consulenti fundraiser portare alla luce. Grazie per le tue profonde riflessioni.
Alla prossima
Grazie Fabio e Luciano per aver immediatamente risposto al mio post…è davvero un piacere!
non posso se non concordare con quanto specificato da Luciano che, da consulente, sicuramente ne ha viste, ne vede e ne vedrà in futuro di realtà non profit.
concordo anche sui due punti da te sollevati: sicuramente il fundraising può sopperire solo in parte a queste due mancanze piuttosto caratteristiche delle ONP. la presenza di entrambe (classe dirigente in linea con la società e una cultura di management) permette alle ONP di fare quel salto di qualità che, onestamente, in questo ultimi anni ho visto solo in Save The Children (e daje!).
il CDA può influenzare di molto (in positivo ovviamente) il fundraising di una organizzazione non c’è dubbio.
ma qualcosa pur si muove…lo sento e lo vedo negli investimenti di ONP vecchie e nelle nuove entrate nel mercato italiano.
grazie e a alla prossima.
Io credo invece che il fundraising possa sopperire alle mancanze evidenziate da Luciano. Se non ci sono fondi, se non si è capaci di raccoglierli, il fundraising può fare da leva per far capire ad una classe dirigente inadatta che è ora di lasciare posto ad altri o di iniziare a formarsi.
Ovviamente non sarà il fundraising a formare la classe dirigente, ma potrà essere il motivo per cui ci sia un ricambio, un aggiornamento necessario a far entrare questa cultura del fundraising nelle onp italiane.
Ciao Ioana! Eccomi qua… Premesso che da consulente per il nonprofit “spaccavi” immagino che da manager del nonprofit stai facendo molta strada e in fretta. Non ho dubbi! Devo dire che vivere “da dentro” un’organizzazione anche per me è un’esperienza capce di offrire un visione totale dei problemi, delle potenzialità e delle opportunità che un consulente non potrà mai avere…e che non deve avere. Qui sta il punto: un consulente strategico di fundraising deve compiere un esercizio di astrazione ed essere in grado di non essere totalmente influenzato dal cliente, perchè il suo “faro” è il benchmark, è andare oltre gli ostacoli o i limiti o le limitazioni che un’organizzazione può avere. Se poi non parliamo di strategia ma di consulenza su prodotti specifici (vedi il dm ad esempio) allora la professionalità secondo me va aldilà del contesto specifico, è al servizio di un cliente specifico aldilà delle sue specificità (il buon dm ha delle regole e quelle sono). Il valore aggiunto del consulente di valore è risucire ad applicare queste regole al meglio rispetto al cliente. E soprattutto, essere in grado di far fare un salto di qualità concreto, tangibile, in merito all’area di attività sulla quale è stato chiamato ad operare. Poi “impacchettare” tutta l’esperienza fatta, aggiungerla a tutte le altre precedenti o concomitanti, e offrire la sua esperienza al prossimo cliente. Con un avvertimento: non smettendo mai di misurare i risultati concreti che riesce a far ottenere ai clienti. Questa è etica del lavoro per me.
Ciao! Non rubarci tutte le aziende ;-p
Ps: se decidi di tornare a far la consulente avvisami che ti chiamo
Caro Francesco,
è stato molto stimolante e un pò mi manca il nostro trio vincente, se posso essere sincera!
sei troppo generoso con i complimenti! e se mai deciderò di tornare a fare la consulente ti cercherò, stanne certo: ma per chiederti di tornare a lavorare insieme
grazie per la tua riflessione (ho chiesto e ottenuto, quindi non posso che essere contenta).
concordo sicuramente con te, riguardo a professioanlità, serietà, eticità completa e impacchettamento dei saperi per i clienti successivi che un consulente deve avere.
continuo a pensare però, o meglio, torno a ribadire, che lo sguardo al benchamark e la spinta del consulente verso il cliente, perchè ottenga sempre di più e sempre il meglio, non deve assolutamente far perdere di vista il cliente stesso: organizzazione, fondi disponibili, spinta verso l’innovazione. e una sana e accurata analisi dell’organizzazione (flussi di comunicazione, bilanci) sono sì costosi ma fondamentali. per cui le ONP che voglio investire in consulenza devono partire sapendo che il ritorno dell’investimento non può essere immediato e che se si vuole portare dei cambiamenti il lavoro è lungo, la collaborazione con il consulente obbligatoria e la fatica è tanta!
d’altra parte, come dice mia madre, per essere belle bisogna soffrire
senza che il GB mi uccida e mi a moglie anche…allora tu hai sofferto molto…;-) E a parte i complimenti…hai perfettamente ragione sulla fatica e “sull’investimento”. Dai che ce la facciamo, del resto…”è solo una mezza paginetta”…