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fonte: flickr

Si intitola così (ad eccezione del punto di domanda che è una mia licenza) il post del 21 settembre di “Donor Power Blog” e analizza un aspetto molto interessante legato alla raccolta fondi anche qui da noi, ovvero quanto il personale delle onp spesso ottenga migliori risultati, in termini di raccolta fondi, rispetto a noi poveri fundraiser “di ruolo”. Ovviamente le situazioni prese in analisi sono limitate ma danno interessanti spunti per poter strutturare strategie di massimizzazione delle raccolte. L’analisi parte da quando il personale delle onp (ad esempio i cooperanti di una non governativa) si mette in prima persona a parlare con i potenziali donatori della propria esperienza e di come questo, spesso, riesca a riscuotere consensi. I donatori infatti spesso hanno bisogno di “assaggiare il campo” e tramite il personale lo possono fare almeno in parte. I donatori spesso vogliono, nell’accezione più positiva del termine, “cambiare il mondo” ed avere a che fare con chi lo fa ogni giorno direttamente, sicuramente da una motivazione maggiore. Tutto questo significa che i dipartimenti fundraising delle organizzazioni possono chiudere? Non è la mia conclusione ne quella di Jeff Brooks (l’autore del post) che però pone l’attenzione su alcuni punti a mio giudizio molto interessanti:

  1. Se esperienza diretta quella che cercano i nostri donatori, allora diamogliela. Magari mettendo a disposizione in particolari momenti lo staff per rispondere alle curiosità dei nostri sostenitori (farlo on-line ottimizzerebbe i costi e gli eventuali problemi logistici).
  2. Brooks suggerisce anche conference call ma questo trattamento da noi potrebbe risultare un pò complicato anche se non impossibile. Il mio suggerimento è di sostituire questo con la presenza degli operatori negli incontri con i donatori (cene, focus group, incontri con i notai, ecc.).
  3. Incoraggiare gli operatori a tenere un proprio blog, e su questo invece mi trovo d’accordissimo (Terre des Hommes si sta muovendo anche in questa direzione e su Nonprofitblog potete trovare altri esempi italiani)
  4. Inserire contributi degli operatori nella newsletter.

Spero di non avervi spaventato con il titolo ma credo che ora abbiate capito che non intendo suggerire per tutti noi un pre-pensionamento (che con i contratti del settore sarebbe francamente utopico, ma di questo ne parleremo più avanti) semplicemente credo che anche questo dimostri come l’attenzione a tutto quello che accade nell’organizzazione debba rappresentare per il fundraiser uno stimolo per nuove idee e nuove strategie e poi mettersi in dubbio ogni tanto direi che fa solo bene… 😉

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